Musicista, bassista, compositore, autore di musiche per il cinema e la televisione, produttore discografico ed editore con VIVAVOCE MUSIC. Ha suonato con i più grandi artisti della scena pop e jazz: LITTLE TONY, ZERO, BAGLIONI, DE GREGORI, GAETANO, DANIELE, ARBORE, CONTE, MINGHI, CAPUTO, GRAZIANI, MUSSOLINI, T.SCOTT e moltissimi altri. Un po' di storia di ieri e di oggi tra arte, musica e spettacolo.
sabato 1 giugno 2013
mercoledì 29 maggio 2013
Little Tony rock, pupe e motori
Toronto, 1965 Little Tony e i Fedeli (io il primo a sx nella foto)
di Piero Montanari
Quando nel 1965 Tony mi volle a suonare il basso elettrico nel suo gruppo, mi sentii come il giovane calciatore che viene ingaggiato per giocare con la sua squadra del cuore in serie A.
A quell'epoca Tony era il mio mito, ed il mito di una schiera di fan che si infittiva ogni giorno. Per noi musicisti emergenti i riferimenti musicali erano davvero pochi all'epoca: Tony a Roma e Celentano a Milano. Claudio Villa e suoi epigoni non volevamo neanche vederli fotografati, con i Beatles che si affacciavano in quel momento e la cui portata musicalmente devastante e rivoluzionaria non era neanche immaginabile. La prima volta che vidi una loro foto da quasi sconosciuti, mostratami da un compagno di liceo che era stato a Londra, mi misi a ridere e gli dissi: "Ma 'ndo vanno questi co 'sti capelli?" Avevo capito tutto.
Frequentavo da intruso pieno di aspettative la casa discografica romana di Tony, la Durium, a via S. Martino della battaglia, nel cuore della Roma umbertina. Era diretta dall'ingegner Caruana, e nella palazzina a due piani si consumavano ogni giorno jam session di rock'n roll e progetti di canzoni da scrivere, suonare e registrare, e io ogni tanto mi infilavo, in attesa del mio turno. Poi arrivava Little Tony rombante con la sua Ferrari e il suo ciuffo scompigliato, e noi in adorazione perché, oltretutto, interpretava anche perfettamente il modello di maschio vincente della nostra generazione un po' cogliona: auto sportive, le donne, la fama, il mito del successo e dei soldi. E poi "Il ragazzo col ciuffo" era anche belloccio, come racconta appunto questo suo primo grande successo dopo la parentesi inglese, e l'appellativo gli rimase incollato a vita, anche quando il ciuffo gli divenne bianco e poi tinto.
Di lì a poco le mie aspettative e la mia intraprendenza furono premiate, e iniziai un tour con lui, che per l'occasione aveva litigato per l'ennesima volta con i suoi amati e conflittuali fratelli, Enrico chitarrista eccellente ed Alberto, bassista.
Il gruppo divenne così "I Fedeli di Little Tony" e girammo per due anni suonando R&R e R&B tra Stati Uniti, Canada, Europa e Italia in lungo e in largo. Facemmo anche varie apparizioni in tv e un film 'musicarello', Un gangster venuto da Brooklyn, col grande Akim Tamiroff che ogni tanto ancora oggi passano di notte.
Poi ci si divise come spesso accade nei gruppi musicali, e Tony tornò a suonare con i fratelli. Ma ci si incontrava casualmente, ogni tanto.
In uno di questi incontri, un viaggio aereo Roma-Milano, erano passati più di vent'anni da quei giorni e anche molta politica e ideologia, tra '68 e femminismo, cose con le quali avevo fatto i conti. C'era Tony ed io ero con un altro "grande" degli anni '60, Don Backy. Subito loro iniziarono a raccontarsi dei vecchi Cantagiro, Festivalbar, Saint Vincent, e Tony inizia subito a parlare di quante donne avesse in quel periodo e di com'era bella la vita tra auto sportive e lusso sfrenato. Ricordo che mi infastidì ritrovare lo stesso ragazzo di vent'anni prima, semplice e non cresciuto idealmente, e così iniziai nei suoi confronti un pistolotto rompiscatole ideologico e moralista, sul femminismo, sulla coscienza collettiva, il '68, le rivolte studentesche, sul fatto che lui era rimasto attaccato a quel clichè vecchio e stantio.
Mentre l'aereo scendeva e io parlavo senza sosta, rimase zitto ad ascoltarmi per venti minuti, e quando mi tacqui disse: "A Pierì, ma che stai a dì, ma mica l'ho capito bene che m'hai raccontato!"
A quell'epoca Tony era il mio mito, ed il mito di una schiera di fan che si infittiva ogni giorno. Per noi musicisti emergenti i riferimenti musicali erano davvero pochi all'epoca: Tony a Roma e Celentano a Milano. Claudio Villa e suoi epigoni non volevamo neanche vederli fotografati, con i Beatles che si affacciavano in quel momento e la cui portata musicalmente devastante e rivoluzionaria non era neanche immaginabile. La prima volta che vidi una loro foto da quasi sconosciuti, mostratami da un compagno di liceo che era stato a Londra, mi misi a ridere e gli dissi: "Ma 'ndo vanno questi co 'sti capelli?" Avevo capito tutto.
Frequentavo da intruso pieno di aspettative la casa discografica romana di Tony, la Durium, a via S. Martino della battaglia, nel cuore della Roma umbertina. Era diretta dall'ingegner Caruana, e nella palazzina a due piani si consumavano ogni giorno jam session di rock'n roll e progetti di canzoni da scrivere, suonare e registrare, e io ogni tanto mi infilavo, in attesa del mio turno. Poi arrivava Little Tony rombante con la sua Ferrari e il suo ciuffo scompigliato, e noi in adorazione perché, oltretutto, interpretava anche perfettamente il modello di maschio vincente della nostra generazione un po' cogliona: auto sportive, le donne, la fama, il mito del successo e dei soldi. E poi "Il ragazzo col ciuffo" era anche belloccio, come racconta appunto questo suo primo grande successo dopo la parentesi inglese, e l'appellativo gli rimase incollato a vita, anche quando il ciuffo gli divenne bianco e poi tinto.
Di lì a poco le mie aspettative e la mia intraprendenza furono premiate, e iniziai un tour con lui, che per l'occasione aveva litigato per l'ennesima volta con i suoi amati e conflittuali fratelli, Enrico chitarrista eccellente ed Alberto, bassista.
Il gruppo divenne così "I Fedeli di Little Tony" e girammo per due anni suonando R&R e R&B tra Stati Uniti, Canada, Europa e Italia in lungo e in largo. Facemmo anche varie apparizioni in tv e un film 'musicarello', Un gangster venuto da Brooklyn, col grande Akim Tamiroff che ogni tanto ancora oggi passano di notte.
Poi ci si divise come spesso accade nei gruppi musicali, e Tony tornò a suonare con i fratelli. Ma ci si incontrava casualmente, ogni tanto.
In uno di questi incontri, un viaggio aereo Roma-Milano, erano passati più di vent'anni da quei giorni e anche molta politica e ideologia, tra '68 e femminismo, cose con le quali avevo fatto i conti. C'era Tony ed io ero con un altro "grande" degli anni '60, Don Backy. Subito loro iniziarono a raccontarsi dei vecchi Cantagiro, Festivalbar, Saint Vincent, e Tony inizia subito a parlare di quante donne avesse in quel periodo e di com'era bella la vita tra auto sportive e lusso sfrenato. Ricordo che mi infastidì ritrovare lo stesso ragazzo di vent'anni prima, semplice e non cresciuto idealmente, e così iniziai nei suoi confronti un pistolotto rompiscatole ideologico e moralista, sul femminismo, sulla coscienza collettiva, il '68, le rivolte studentesche, sul fatto che lui era rimasto attaccato a quel clichè vecchio e stantio.
Mentre l'aereo scendeva e io parlavo senza sosta, rimase zitto ad ascoltarmi per venti minuti, e quando mi tacqui disse: "A Pierì, ma che stai a dì, ma mica l'ho capito bene che m'hai raccontato!"
lunedì 20 maggio 2013
Carlo Monni, l'ultimo caratterista
di Piero Montanari
Anche Carlo Monni se n'è andato, colpito da un male che non gli ha lasciato scampo e del quale era affetto da tempo. Di sicuro la sua bella faccia barbuta era più famosa del suo nome stesso, come accade sovente per tanti attori della sua genia.
Monni era uno degli ultimi grandi attori caratteristi del nostro cinema, venuto su dalla "scuola toscana" degli attori stradaroli, quelli delle feste di piazza paesane, dei teatri di provincia, dei localini della sua zona, Campi Bisenzio, lungo la valle dell'Arno, luoghi nei quali spesso amava dedicarsi alla straordinaria arte del verseggiare libero, fiore fantastico della tradizione popolare toscana, e specialità della quale Carlo era un vero Maestro.
L'incontro fatale per il Monni fu quello col grande Roberto Benigni, il Re indiscusso di tutti i toscanacci in circolazione, col quale strinse un lungo, fattivo sodalizio umano e artistico, che lo fece approdare, agli esordi importanti nel 1976, in Rai, nella storica trasmissione che vedeva i due artisti trasmettere da una stalla con tutte le vacche intorno. Si chiamava "Ondalibera", meglio nota come "Televacca", con un Benigni straordinario nel suo Mario Cioni, e il valletto Carlo Monni, il vaccaro Monna, che spesso imbracciava maldestramente una telecamera a mano.
Benigni e Monni non si lasciarono più da quel momento: li vedremo ancora insieme in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, o in Tu mi turbi, di Roberto Benigni, o in Non ci resta che piangere, con la regia dello stesso Benigni e del grande Massimo Troisi.
Ma il cursus honorum di Carlo Monni si avvale di partecipazioni in film girati dai più grandi registi italiani: da Monicelli a Bevilacqua, da Nuti a Gianni Amico, da Paolo Virzì a Tinto Brass, in una sequela di personaggi magistralmente interpretati che lo facevano essere uno degli attori più duttili e bravi del nostro cinema.
Spesso erroneamente si tende a sminuire la figura cinematografica del caratterista o spalla, ruolo del quale - come dicevamo - Monni era maestro unico e forse ultimo. Si pensa che il caratterista sia un attore "minore" rispetto a quelli che assumono i ruoli principali, un attore di secondo piano, meno importante, quello che dà le battute al primo attore per fargli fare la 'gag' e suscitare l'larità del pubblico. In realtà la storia del teatro di rivista italiano, e poi del cinema, ci ha rivelato una serie di grandissimi attori spalla ai quali i Totò, i Macario, Fabrizi, ma anche Villaggio, Benigni, Troisi si appoggiavano per esercitare la loro vis comica, da cui il nome "spalla", ma che erano essi stessi straordinari al pari del protagonista. Anche grandi e celebri attori internazionali, in vecchiaia, proseguono la loro carriera interpretando dei caratteri con successo.
Era quello che faceva magistralmente uno degli ultimi grandi interpreti di questa scuola, ormai in declino: Carlo Monni.
Monni era uno degli ultimi grandi attori caratteristi del nostro cinema, venuto su dalla "scuola toscana" degli attori stradaroli, quelli delle feste di piazza paesane, dei teatri di provincia, dei localini della sua zona, Campi Bisenzio, lungo la valle dell'Arno, luoghi nei quali spesso amava dedicarsi alla straordinaria arte del verseggiare libero, fiore fantastico della tradizione popolare toscana, e specialità della quale Carlo era un vero Maestro.
L'incontro fatale per il Monni fu quello col grande Roberto Benigni, il Re indiscusso di tutti i toscanacci in circolazione, col quale strinse un lungo, fattivo sodalizio umano e artistico, che lo fece approdare, agli esordi importanti nel 1976, in Rai, nella storica trasmissione che vedeva i due artisti trasmettere da una stalla con tutte le vacche intorno. Si chiamava "Ondalibera", meglio nota come "Televacca", con un Benigni straordinario nel suo Mario Cioni, e il valletto Carlo Monni, il vaccaro Monna, che spesso imbracciava maldestramente una telecamera a mano.
Benigni e Monni non si lasciarono più da quel momento: li vedremo ancora insieme in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, o in Tu mi turbi, di Roberto Benigni, o in Non ci resta che piangere, con la regia dello stesso Benigni e del grande Massimo Troisi.
Ma il cursus honorum di Carlo Monni si avvale di partecipazioni in film girati dai più grandi registi italiani: da Monicelli a Bevilacqua, da Nuti a Gianni Amico, da Paolo Virzì a Tinto Brass, in una sequela di personaggi magistralmente interpretati che lo facevano essere uno degli attori più duttili e bravi del nostro cinema.
Spesso erroneamente si tende a sminuire la figura cinematografica del caratterista o spalla, ruolo del quale - come dicevamo - Monni era maestro unico e forse ultimo. Si pensa che il caratterista sia un attore "minore" rispetto a quelli che assumono i ruoli principali, un attore di secondo piano, meno importante, quello che dà le battute al primo attore per fargli fare la 'gag' e suscitare l'larità del pubblico. In realtà la storia del teatro di rivista italiano, e poi del cinema, ci ha rivelato una serie di grandissimi attori spalla ai quali i Totò, i Macario, Fabrizi, ma anche Villaggio, Benigni, Troisi si appoggiavano per esercitare la loro vis comica, da cui il nome "spalla", ma che erano essi stessi straordinari al pari del protagonista. Anche grandi e celebri attori internazionali, in vecchiaia, proseguono la loro carriera interpretando dei caratteri con successo.
Era quello che faceva magistralmente uno degli ultimi grandi interpreti di questa scuola, ormai in declino: Carlo Monni.
domenica 12 maggio 2013
Paola Ferrari: quando la satira colpisce al cuore
di Piero Montanari
Anche Globalist si è occupato in questi giorni della polemica sollevata dalla conduttrice de "La domenica sportiva", Paola Ferrari, per essere stata attaccata nell'ambito di uno spot anti femminicidio da Paola Cortellesi che lo ha interpretato e scritto con Serena Dandini.
Nel video la Cortellesi impersona, con la sua consueta bravura, una donna di umili origini uccisa dal suo uomo che, dall'aldilà, ripropone alcuni momenti delle violenze subite, ricordando i momenti passati col suo assassino: "«Meglio morta - dice tra le altre cose - che guardare un'altra Domenica Sportiva con l'illuminata, la presentatrice piena di luce che pare la Madonna, quella bionda che dice i risultati con le labbra con il rossetto forte e gli orecchini di lampadario, che a lui piace tanto, invece a me faceva proprio schifo".
La replica della Ferrari è stata davvero quella di una persona che se l'è presa: "Le parole di Paola Cortellesi contro di me sono state come una coltellata (in nomen omen... "cortel lesi" ). Un atto di violenza verbale inaudito, soprattutto considerando il contesto in cui e' stato espresso, all'interno di uno spot a difesa delle donne".
In effetti anche a noi l'attacco alla conduttrice è sembrato piuttosto forte, considerato proprio il contesto nel quale si è svolto, ma vorremmo comunque suggerire alla Ferrari di non prendersela in maniera così accorata; la satira, da Aristofane in poi, deve far arrabbiare fortemente chi ne è bersaglio, altrimenti è inutile, e deve necessariamente toccare corde che mettono in ridicolo e che mostrino le contraddizioni della società e delle persone, per promuoverne addirittura il cambiamento: quindi, a conti fatti, porta con sè il bene della "fustigazione dei costumi".
E ora, cara Paola Ferrari, non dire però che non ti avevamo avvisata e consigliata. Nel nostro pezzo del 23 dicembre 2012 che ti rigurdava, scrivemmo: "Ieri sera, puntata n° 2.500 ed oltre, ho capito davvero di essere a Natale vedendo il vestito di Paola Ferrari, l'attuale conduttrice del programma che, per come era addobbata, non lasciava alcun dubbio sulle prossime festività. Ci mancavano solo le palle appese." Ma anche: "Ieri sera, vestito dorato, cosce sovraesposte, chioma biondissima, labbra ipertrofiche, trucco dato con la cazzuola (da rischiare un ulteriore allargamento del buco dell'ozono) e le solite, incredibili luci giallo paglierino su di lei che la fanno sembrare una apparizione mistica, Nostra Signora del Pallone, l'eccesso sembrava aver raggiunto, almeno per il 2012, il suo massimo storico." E le consigliavamo, simpaticamente, un po' più di sobrietà ma, purtroppo per lei, non ci ha ascoltato.
Cara Paola, non prendertela più di tanto, meglio satireggiati che dimenticati. E poi ti rammentiamo, per lenire un po' il tuo dispiacere, una sentenza della prima sezione penale che ha fatto giurisprudenza riguardo la satira e le sue conseguenze, che dice appunto: "E'quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene."
Nel video la Cortellesi impersona, con la sua consueta bravura, una donna di umili origini uccisa dal suo uomo che, dall'aldilà, ripropone alcuni momenti delle violenze subite, ricordando i momenti passati col suo assassino: "«Meglio morta - dice tra le altre cose - che guardare un'altra Domenica Sportiva con l'illuminata, la presentatrice piena di luce che pare la Madonna, quella bionda che dice i risultati con le labbra con il rossetto forte e gli orecchini di lampadario, che a lui piace tanto, invece a me faceva proprio schifo".
La replica della Ferrari è stata davvero quella di una persona che se l'è presa: "Le parole di Paola Cortellesi contro di me sono state come una coltellata (in nomen omen... "cortel lesi" ). Un atto di violenza verbale inaudito, soprattutto considerando il contesto in cui e' stato espresso, all'interno di uno spot a difesa delle donne".
In effetti anche a noi l'attacco alla conduttrice è sembrato piuttosto forte, considerato proprio il contesto nel quale si è svolto, ma vorremmo comunque suggerire alla Ferrari di non prendersela in maniera così accorata; la satira, da Aristofane in poi, deve far arrabbiare fortemente chi ne è bersaglio, altrimenti è inutile, e deve necessariamente toccare corde che mettono in ridicolo e che mostrino le contraddizioni della società e delle persone, per promuoverne addirittura il cambiamento: quindi, a conti fatti, porta con sè il bene della "fustigazione dei costumi".
E ora, cara Paola Ferrari, non dire però che non ti avevamo avvisata e consigliata. Nel nostro pezzo del 23 dicembre 2012 che ti rigurdava, scrivemmo: "Ieri sera, puntata n° 2.500 ed oltre, ho capito davvero di essere a Natale vedendo il vestito di Paola Ferrari, l'attuale conduttrice del programma che, per come era addobbata, non lasciava alcun dubbio sulle prossime festività. Ci mancavano solo le palle appese." Ma anche: "Ieri sera, vestito dorato, cosce sovraesposte, chioma biondissima, labbra ipertrofiche, trucco dato con la cazzuola (da rischiare un ulteriore allargamento del buco dell'ozono) e le solite, incredibili luci giallo paglierino su di lei che la fanno sembrare una apparizione mistica, Nostra Signora del Pallone, l'eccesso sembrava aver raggiunto, almeno per il 2012, il suo massimo storico." E le consigliavamo, simpaticamente, un po' più di sobrietà ma, purtroppo per lei, non ci ha ascoltato.
Cara Paola, non prendertela più di tanto, meglio satireggiati che dimenticati. E poi ti rammentiamo, per lenire un po' il tuo dispiacere, una sentenza della prima sezione penale che ha fatto giurisprudenza riguardo la satira e le sue conseguenze, che dice appunto: "E'quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene."
mercoledì 1 maggio 2013
Luigi Preiti, ovvero: la vendetta dei "poveri cristi"
di Piero Montanari
"Il sonno della ragione genera mostri" è il famoso titolo di un'acquaforte di Francisco Goya che da almeno una quarantina d'anni ogni tanto ci piace citare, forse per il suo contenuto tragico che riesce a condensare in poche parole l'orrore che scaturisce dall'incapacità di esercitare il pensiero in maniera corretta. "Il quadro del 1797 - come cita l'enciclopedia - rappresenta un uomo addormentato (probabilmente Goya stesso) mentre prendono forma, attorno a lui, sinistri uccelli notturni, inquietanti volti ghignanti e diabolici felini che, come suggerisce il titolo, sono il parto della sua mente."
Il riferimento di questo quadro va subito collegato agli ultimi accadimenti tragici che hanno visto l'attentatore Luigi Preiti fare quasi una strage davanti a palazzo Chigi il primo giorno del governo Letta. Ora c'è un uomo, un carabiniere in servizio, che rischia la paralisi. "E' un pazzo, uno squilibrato" - si dice in prima analisi con un sospiro di sollievo, come se il dramma non fosse lo stesso - no, invece, non è pazzo, è una persona normale disperata come tante, colpite dagli eventi drammatici che in questi ultimi tempi si susseguono senza tregua: disoccupazione, perdita del lavoro, mancanza di riferimenti politici, fame e conseguente fine della vita sociale.
E qui ci torna l'ansia del "normale" dell'uomo qualunque che compra una pistola quattro anni prima, si fa prestare i soldi dalla madre per il biglietto, se ne parte col treno da Rosarno (RC) per far fuori quanti più politici possibile (aveva un centinaio di pallottole 7,65) "questi bastardi, corrotti, affamatori, che aumentano le tasse, si rubano i soldi nostri, non creano lavoro, fanno la bella vita alle nostre spalle, hanno auto blu, donne bellissime, vita di lusso" e invece trova due poveri carabinieri in servizio e, non avendo altro contro cui rivolgere l'arma, spara a loro, in qualche modo rappresentanti dell'odiato stato.
Sento dire che la possibile causa di tutto questo non è il clima di odio e di violenza verbale che si è accanito nel paese, un vento di terrore seminato dai fortissimi contrasti politici, con la virulenza di parole usate come macigni contro le persone 'che non ci piacciono', piuttosto la tragica miopia della politica che non è riuscita ad interpretare le istanze di una popolazione profondamente abbattuta dalla crisi internazionale, e il conseguente sfascio civile e etico della nostra comunità di cittadini.
"In questi momenti drammatici abbiamo il dovere di dire le cose per come sono: la miseria, lo smarrimento e la disperazione uccidono, non le parole" , sostiene nel suo editoriale su Globalist di oggi Gianni Cipriani. Ma le parole possono armare, come poi hanno fatto, la mano dei Luigi Preiti di turno, dico io: dai e dai, aizza aizza, qualcuno lo trovi più fragile e più disperato che fa la strage. Fare leva sulla "pancia" della gente contro la politica e contro la democrazia non è mai stato esercizio fruttuoso e sano, come la Storia ci racconta.
"Posso tollerare la forza bruta, ma la ragione bruta è veramente insopportabile." Diceva Oscar Wilde e mi trova totalmente d'accordo.
Il riferimento di questo quadro va subito collegato agli ultimi accadimenti tragici che hanno visto l'attentatore Luigi Preiti fare quasi una strage davanti a palazzo Chigi il primo giorno del governo Letta. Ora c'è un uomo, un carabiniere in servizio, che rischia la paralisi. "E' un pazzo, uno squilibrato" - si dice in prima analisi con un sospiro di sollievo, come se il dramma non fosse lo stesso - no, invece, non è pazzo, è una persona normale disperata come tante, colpite dagli eventi drammatici che in questi ultimi tempi si susseguono senza tregua: disoccupazione, perdita del lavoro, mancanza di riferimenti politici, fame e conseguente fine della vita sociale.
E qui ci torna l'ansia del "normale" dell'uomo qualunque che compra una pistola quattro anni prima, si fa prestare i soldi dalla madre per il biglietto, se ne parte col treno da Rosarno (RC) per far fuori quanti più politici possibile (aveva un centinaio di pallottole 7,65) "questi bastardi, corrotti, affamatori, che aumentano le tasse, si rubano i soldi nostri, non creano lavoro, fanno la bella vita alle nostre spalle, hanno auto blu, donne bellissime, vita di lusso" e invece trova due poveri carabinieri in servizio e, non avendo altro contro cui rivolgere l'arma, spara a loro, in qualche modo rappresentanti dell'odiato stato.
Sento dire che la possibile causa di tutto questo non è il clima di odio e di violenza verbale che si è accanito nel paese, un vento di terrore seminato dai fortissimi contrasti politici, con la virulenza di parole usate come macigni contro le persone 'che non ci piacciono', piuttosto la tragica miopia della politica che non è riuscita ad interpretare le istanze di una popolazione profondamente abbattuta dalla crisi internazionale, e il conseguente sfascio civile e etico della nostra comunità di cittadini.
"In questi momenti drammatici abbiamo il dovere di dire le cose per come sono: la miseria, lo smarrimento e la disperazione uccidono, non le parole" , sostiene nel suo editoriale su Globalist di oggi Gianni Cipriani. Ma le parole possono armare, come poi hanno fatto, la mano dei Luigi Preiti di turno, dico io: dai e dai, aizza aizza, qualcuno lo trovi più fragile e più disperato che fa la strage. Fare leva sulla "pancia" della gente contro la politica e contro la democrazia non è mai stato esercizio fruttuoso e sano, come la Storia ci racconta.
"Posso tollerare la forza bruta, ma la ragione bruta è veramente insopportabile." Diceva Oscar Wilde e mi trova totalmente d'accordo.
martedì 23 aprile 2013
Elezione del Presidente della Repubblica: "Una giornata particolare"
di Piero Montanari
Ieri è stata una giornata a dir poco infernale per tutti i democratici, senza alcun dubbio, e la mia non è stata da meno, cominciata in modo fantozziano, circondato com'ero da tutti i media possibili in attesa di assistere all'elezione del Presidente della Repubblica: televisore 'multitasking', iPhone, iPad, iRadio. "Hai visto Bersani le cazzate che ha fatto? Ci vuole un talento particolare a sbagliarle tutte come lui!" Questo il primo post su facebook.
Ore 10, mi affaccio guardingo davanti alla TV e inizio ad assistere impotente alla cupio dissolvi di un partito politico che era stato il mio punto di riferimento per tutta la vita, e parte il secondo post su fb: "Che triste fine Bersani! Ad essere così incapaci come lui a leggere una realtà politica che gli stava cambiando intorno, ci vuole un talento particolare. Ha perso tutto quello che c'era da perdere, meno lo spessore politico che, visti i fatti, sembra essere poca cosa. Ma soprattutto ha "bruciato" il nostro tempo che non abbiamo davvero più. Torni presto a fare il presidente della coop viticoltori romagnoli, please."
Mi rendo conto di essere stato forse troppo duro nel giudizio, ma sono molto arrabbiato con lui, che continua ad essere considerato solo una persona perbene, che in politica, mi pare, vale come il due di coppe quando regna bastoni. Qualcuno risponde al mio post e addirittura mi dice che Bersani è arrogante. "Più che l'arroganza, che mi pare sia il difetto meno evidente di Bersani - gli dico - risalta lo spessore strettamente politico dell'uomo, che è davvero sconcertante. Era partito con 12 punti sopra il PdL ed è riuscito a mangiarsi tutto il grano in cascina! Ripeto, ci vuole un grande talento (a spararsi sui gioielli di famiglia)."
La giornata scorre incollato sul divano e sullo speciale di Rai Tre, condotto dall'algida Bianca Berlinguer che mi sta sempre un po' antipatica, ma che sembra migliorata sensibilmente nella conduzione: sorride meno sarcasticamente, non dà più sulla voce ai suoi ospiti e lascia parlare, è più lineare, meno ansiogena. Forse ha ascoltato i consigli di qualcuno, non certo i nostri.
E i grillini con Rodotà - mi scusino davvero - ci hanno un po'sfinito, continuano a ripetere il suo nome come un mantra. E pensare che stimavo l'austero Stefano, e ora me lo stannorendendo indigesto. Ma che vogliono? E' chiaro che vogliono appuntarsi sul petto la medaglia dell'elezione del Presidente della Repubblica, 'sti furbetti! Avranno pensato, i Casagrillo "Ora suggeriamo un nome che il Pd non può rifiutare perchè è dei loro, così li freghiamo un'altra volta e facciamo l'en plein."
E questo dopo aver fatto fare al povero Bersani una figura di melma in streaming all'incontro con i due simpaticoni, Crimi & Lombardi. Impossibile accettarne un'altra così grande da smacchiare, anche per uno perbene come lui.
E di fatti la giornata si conclude con l'elezione di Napolitano bis, le dimissioni di mezzo Pd e l'annuncio di una agghiacciante marcia su Roma da parte di Grillo, poi fortunatamente e intelligentemente abortita. Rispondo stremato ad un post su facebook che mi domanda cosa succederà ora. "Se non sono imbecilli - rispondo - sfrutteranno questo forse "mini settennato" (alla fine del mandato ne avrebbe 93) per rifare la legge elettorale, compresa l'elezione del presidente e poi via, con le parti rinnovate. Siamo in uno stallo drammatico e pericoloso e Napolitano può essere - come è stato - una figura di riferimento per quel che potrà, vista l'età.
La giornata è stata dura, vado a letto. Continuano i pensieri in libertà: però Rodotà, dal punto di vista dell'Inno di Mameli sarebbe stato il Presidente più giusto, lo dico da musicista: avete presente, alla fine della prima strofa, come fa la parte orcherstrale prima di attaccare l'inciso? "RODOTÀ... RODOTÀ... RODOTÀ TÀ TÀ TÀ TÀ... Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa... etc".
Spengo la luce che è meglio.
Ore 10, mi affaccio guardingo davanti alla TV e inizio ad assistere impotente alla cupio dissolvi di un partito politico che era stato il mio punto di riferimento per tutta la vita, e parte il secondo post su fb: "Che triste fine Bersani! Ad essere così incapaci come lui a leggere una realtà politica che gli stava cambiando intorno, ci vuole un talento particolare. Ha perso tutto quello che c'era da perdere, meno lo spessore politico che, visti i fatti, sembra essere poca cosa. Ma soprattutto ha "bruciato" il nostro tempo che non abbiamo davvero più. Torni presto a fare il presidente della coop viticoltori romagnoli, please."
Mi rendo conto di essere stato forse troppo duro nel giudizio, ma sono molto arrabbiato con lui, che continua ad essere considerato solo una persona perbene, che in politica, mi pare, vale come il due di coppe quando regna bastoni. Qualcuno risponde al mio post e addirittura mi dice che Bersani è arrogante. "Più che l'arroganza, che mi pare sia il difetto meno evidente di Bersani - gli dico - risalta lo spessore strettamente politico dell'uomo, che è davvero sconcertante. Era partito con 12 punti sopra il PdL ed è riuscito a mangiarsi tutto il grano in cascina! Ripeto, ci vuole un grande talento (a spararsi sui gioielli di famiglia)."
La giornata scorre incollato sul divano e sullo speciale di Rai Tre, condotto dall'algida Bianca Berlinguer che mi sta sempre un po' antipatica, ma che sembra migliorata sensibilmente nella conduzione: sorride meno sarcasticamente, non dà più sulla voce ai suoi ospiti e lascia parlare, è più lineare, meno ansiogena. Forse ha ascoltato i consigli di qualcuno, non certo i nostri.
E i grillini con Rodotà - mi scusino davvero - ci hanno un po'sfinito, continuano a ripetere il suo nome come un mantra. E pensare che stimavo l'austero Stefano, e ora me lo stannorendendo indigesto. Ma che vogliono? E' chiaro che vogliono appuntarsi sul petto la medaglia dell'elezione del Presidente della Repubblica, 'sti furbetti! Avranno pensato, i Casagrillo "Ora suggeriamo un nome che il Pd non può rifiutare perchè è dei loro, così li freghiamo un'altra volta e facciamo l'en plein."
E questo dopo aver fatto fare al povero Bersani una figura di melma in streaming all'incontro con i due simpaticoni, Crimi & Lombardi. Impossibile accettarne un'altra così grande da smacchiare, anche per uno perbene come lui.
E di fatti la giornata si conclude con l'elezione di Napolitano bis, le dimissioni di mezzo Pd e l'annuncio di una agghiacciante marcia su Roma da parte di Grillo, poi fortunatamente e intelligentemente abortita. Rispondo stremato ad un post su facebook che mi domanda cosa succederà ora. "Se non sono imbecilli - rispondo - sfrutteranno questo forse "mini settennato" (alla fine del mandato ne avrebbe 93) per rifare la legge elettorale, compresa l'elezione del presidente e poi via, con le parti rinnovate. Siamo in uno stallo drammatico e pericoloso e Napolitano può essere - come è stato - una figura di riferimento per quel che potrà, vista l'età.
La giornata è stata dura, vado a letto. Continuano i pensieri in libertà: però Rodotà, dal punto di vista dell'Inno di Mameli sarebbe stato il Presidente più giusto, lo dico da musicista: avete presente, alla fine della prima strofa, come fa la parte orcherstrale prima di attaccare l'inciso? "RODOTÀ... RODOTÀ... RODOTÀ TÀ TÀ TÀ TÀ... Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa... etc".
Spengo la luce che è meglio.
martedì 2 aprile 2013
Addio a Califano, cantautore timido.
di Piero Montanari
Apprendo solo ora della morte di Franco Califano, avvenuta poche ore dopo quella di Enzo Jannacci. Si potrebbe dire che due estremi della canzone italiana si sono incontrati nell'unica strada possibile, quella della morte.
Eppure Franco, classe 1938, cantautore e sciupafemmine, non ostante certe apparenze che lo condannavano ad una esistenza all'interno di un personaggio difficile, disincantato e superficiale che si era costruito, era un poeta, e di quelli veri.
Il Maestro (così veniva appellato da tempo) aveva scritto qualche centinaia di canzoni bellissime per i più grandi artisti italiani: da Mina a Ornella Vanoni, da Mia Martini a Peppino di Capri, dai Vianella a Bruno Martino, e tutte canzoni che sono rimaste dei classici nel cuore della gente che le amava: E la chiamano estate, Minuetto, La nevicata del '56, Una ragione di più, La musica è finita, Semo gente de borgata ed anche I sogni de Purcinella, scritta insieme a me per il duo nascente de I Vianella, (Wilma Goich ed Edoardo Vianello) che per un periodo ebbero un sucesso strepitoso.
Ma molte ne scrisse per sé Franco, quando superò la paura del pubblico e la sua - difficile da credere - timidezza e ritrosia. E anche là ero presente, perché suonai al suo debutto come cantautore alla Bussola di Bernardini, nell'estate del 1975, in una serata memorabile dove suonammo gran parte del repertorio che lui aveva scritto per tutti i suoi amici artisti.
Da quel momento ebbe la strada in discesa, non ostante i tempi non gli si confacessero. Erano gli anni del cantautorato di sinistra e lui, da sempre liberale e anticomunista, faceva fatica a trovare spazi lavorativi, anche perché si contornava di amicizie "difficili" come quelle di alcuni detenuti conosciuti in seguito al suo arresto, avvenuto nel 1983 per questioni di droga, e per la qual cosa chiese sostegno e aiuto proprio a quel Bettino Craxi che ammirava e che gli divenne in seguito amico.
Non più di un anno fa chiese al governo che gli fosse riconosciuta la legge Bacchelli, legge che sostiene, con un assegno mensile, gli artisti importanti del paese che versano in condizioni di disagio economico. Fu concessa, come molti di noi ricordano, a Umberto Bindi, che non potè goderne perché morì subito dopo, o a Elsa Morante, la grande scrittrice de La Storia.
Non saprei dire perché non gli venne riconosciuto il vitalizio, sta di fatto che Califano aveva davvero difficoltà economiche, avendo vissuto sempre "alla grande" e al di sopra delle sue reali possibilità economiche, vittima di sé stesso e del suo personaggio sopra le righe.
Ci sentivamo ogni tanto e sapevo che la sua salute era diventata molto fragile, anche se lui non ne parlava volentieri. Franco era malato da tempo, e si è spento nella villa di Acilia, alle porte di Roma, dove abitava da qualche tempo. Solo pochi giorni fa si era esibito per quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica, al Teatro Sistina di Roma.
Eppure Franco, classe 1938, cantautore e sciupafemmine, non ostante certe apparenze che lo condannavano ad una esistenza all'interno di un personaggio difficile, disincantato e superficiale che si era costruito, era un poeta, e di quelli veri.
Il Maestro (così veniva appellato da tempo) aveva scritto qualche centinaia di canzoni bellissime per i più grandi artisti italiani: da Mina a Ornella Vanoni, da Mia Martini a Peppino di Capri, dai Vianella a Bruno Martino, e tutte canzoni che sono rimaste dei classici nel cuore della gente che le amava: E la chiamano estate, Minuetto, La nevicata del '56, Una ragione di più, La musica è finita, Semo gente de borgata ed anche I sogni de Purcinella, scritta insieme a me per il duo nascente de I Vianella, (Wilma Goich ed Edoardo Vianello) che per un periodo ebbero un sucesso strepitoso.
Ma molte ne scrisse per sé Franco, quando superò la paura del pubblico e la sua - difficile da credere - timidezza e ritrosia. E anche là ero presente, perché suonai al suo debutto come cantautore alla Bussola di Bernardini, nell'estate del 1975, in una serata memorabile dove suonammo gran parte del repertorio che lui aveva scritto per tutti i suoi amici artisti.
Da quel momento ebbe la strada in discesa, non ostante i tempi non gli si confacessero. Erano gli anni del cantautorato di sinistra e lui, da sempre liberale e anticomunista, faceva fatica a trovare spazi lavorativi, anche perché si contornava di amicizie "difficili" come quelle di alcuni detenuti conosciuti in seguito al suo arresto, avvenuto nel 1983 per questioni di droga, e per la qual cosa chiese sostegno e aiuto proprio a quel Bettino Craxi che ammirava e che gli divenne in seguito amico.
Non più di un anno fa chiese al governo che gli fosse riconosciuta la legge Bacchelli, legge che sostiene, con un assegno mensile, gli artisti importanti del paese che versano in condizioni di disagio economico. Fu concessa, come molti di noi ricordano, a Umberto Bindi, che non potè goderne perché morì subito dopo, o a Elsa Morante, la grande scrittrice de La Storia.
Non saprei dire perché non gli venne riconosciuto il vitalizio, sta di fatto che Califano aveva davvero difficoltà economiche, avendo vissuto sempre "alla grande" e al di sopra delle sue reali possibilità economiche, vittima di sé stesso e del suo personaggio sopra le righe.
Ci sentivamo ogni tanto e sapevo che la sua salute era diventata molto fragile, anche se lui non ne parlava volentieri. Franco era malato da tempo, e si è spento nella villa di Acilia, alle porte di Roma, dove abitava da qualche tempo. Solo pochi giorni fa si era esibito per quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica, al Teatro Sistina di Roma.
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Premio alla Cultura
PREMI SPECIALI
A BENEMERITI DELLA CULTURA
(Trofeo di Cristallo e Medaglia d’oro del Presidente dell’Ass. Cult. “P. Raffaele Melis O.M.V.”)
Musicista Regista Maestro PIERO MONTANARI
Roma
Premio “Francesco Di Lella”
“Per avere contribuito con la musica e la regia all’evoluzione ed all’affermazione di attori e cantanti di chiara fama nazionale ed internazionale, lasciando un segno vivo nel panorama cinematografico e musicale italiano, senza mai desistere anche in un periodo così difficile ed arduo come l’attuale.”
Firmato Augusto Giordano, Getulio Baldazzi, P.Ezio Bergamo, Rita Tolomeo, Maurizio Pallottí, Domenico Di Lella, Maria Fichera, Gianni Farina, Rita Pietrantoni, Paola Pietrantoni, Domenico Gilio.
A BENEMERITI DELLA CULTURA
(Trofeo di Cristallo e Medaglia d’oro del Presidente dell’Ass. Cult. “P. Raffaele Melis O.M.V.”)
Musicista Regista Maestro PIERO MONTANARI
Roma
Premio “Francesco Di Lella”
“Per avere contribuito con la musica e la regia all’evoluzione ed all’affermazione di attori e cantanti di chiara fama nazionale ed internazionale, lasciando un segno vivo nel panorama cinematografico e musicale italiano, senza mai desistere anche in un periodo così difficile ed arduo come l’attuale.”
Firmato Augusto Giordano, Getulio Baldazzi, P.Ezio Bergamo, Rita Tolomeo, Maurizio Pallottí, Domenico Di Lella, Maria Fichera, Gianni Farina, Rita Pietrantoni, Paola Pietrantoni, Domenico Gilio.
Il premio sarà conferito il 13 giugno 2010 alle ore 16 al teatro S. Luca, in via Lorenzo da' Ceri 136 - Roma.
Esce il cofanetto della mitica trasmissione!
Finalmente nelle librerie "L&H:2 Teste senza cervello", libro e Dvd con la summa delle puntate migliori e, udite udite, dialoghi ANCHE IN ORIGINALE . Lo abbiamo presentato da MelBookStore il 30 giugno 09. C'era Italo Moscati, persona di straordinaria cultura e spessore umano. Con quella di Giancarlo le due 'memorie' si intersecavano a meraviglia! Due teste con parecchio cervello...SE TI INTERESSA COMPRARLO, CLICCA SULL'IMMAGINE!
Al Parco di S. Sebastiano
Con Guido De Maria e Giancarlo Governi, i padri di SUPERGULP!
Celebriamo SUPERGULP!
Talk Show con Giancalo e Guido al "Roma Vintage Festival", 16 giugno 2009 dedicato allo storico programma Rai
Celebriamo Gabriella Ferri
Con Giancarlo
...e Rino Gaetano
Con Giancarlo
...ancora Rino
Con sua sorella Anna Gaetano e Giancarlo
In omaggio a Rino, quella sera ho cantato "I love you Maryanna", primo disco di Rino, prodotto da me e da Antonello Venditti nel 1973. Con Rino feci un tour nel 1979. Alla batteria c'era Massimo Buzzi, alle chitarre Nanni Civitenga e Rino e io al basso. Il 'road manager' era Franco Pontecorvi che oggi vive come me sui Castelli Romani e vende occhiali.
Serata Supergulp
Venerdì 17 luglio '09 al Parco S. Sebastiano (Caracalla) all'interno di Roma Vintage, verrà ripetuta la serata dedicata alla genesi del mitico programma televivivo. Parteciperanno Giancarlo Governi, Guido De Maria e Piero Montanari (me stesso...). Appassionati intervenite!
Un giovane promettente...
Luca, il giorno che si è vestito bene per il suo saggio di pianoforte. Sarà pur vero che "ogni scarrafone è bello a mamma soia", ma ci saranno pure degli scarrafoni universalmente belli, o no?
Maggio 2008: un piacevole incontro
Dopo più di vent'anni ho rivisto l'amico Giorgio Ariani, grande attore e voce ufficiale Italiana di Oliver Hardy (Ollio). Nel 1985 realizzammo la sigla di "2 Teste senza cervello" e Giorgio, con Enzo Garinei (Stanlio) doppiò una marea di film della coppia per i quali realizzai le musiche.
Una gita al "Giardino dei Tarocchi"
A Capalbio (Gr.) c'è un posto magico da visitare, con opere d'arte tra ulivi e macchia mediterranea, opera dell'architetta Niky De St. Phalle che ha realizzato in 20 anni un percorso di magnifiche statue ispirate ai Tarocchi, le magiche carte che predicono il futuro...Dato il suo nome, è meta di "sole" e personaggi cosiddetti " taroccati". Wanna Marchi e sua figlia sono state spesso viste aggirarsi tra le magnifiche statue!
Diana Nemi 2007/2008
Da sx alto: Samuele, Emanuele, Federico R., Lorenzo, Matteo, Edoardo, il Mister Eugenio Elisei. Sotto:Simone, Luca, Daniele, Valerio, Riccardo, Federico C.
Luca e Pedro 'Piedone' Manfredini
Col mio "idolo" calcistico di ieri
Luca e Francesco Totti
Col suo "idolo" calcistico di oggi
Luca Montanari
Il calciatore. Questa stagione, la prima di campionato con i pulcini della "Diana Nemi", è capocannoniere. Ha messo a segno ben 43 reti e tutte senza rigori, ma ventidue su calci piazzati!
Luca Montanari
Nel momento della premiazione
Daniele Serafini
La premiazione
A S D Diana Nemi Pulcini '98. Anno 2006 -'07
Da sx della foto: Samuele, Matteo, Riccardo,Federico, Wulnet, Carlo, Luca, Daniele. Seduto con il pallone, una vera pestilenza, Federico Rosselli. Dobbiamo dire grazie alla pazienza infinita del Mister Eugenio Elisei, che più volte ha pensato di mollare la squadra e dedicarsi alle missioni in Angola - E' meno faticoso - mi ha detto, disperato, alla fine di un allenamento.
Allenamenti anno 2007-2008
Il mio secondo figlio unico...
Matteo Montanari
Il mio primo figlio unico...
Ado e Sania Montanari
The Peter's Sisters
La Roma tra la "B" e la "A" 1951-1952
Memmo Montanari (primo a dx nella foto) con i suoi tifosi in una trasferta della Roma. La foto è stata scattata al ritorno da Verona il 22 giugno 1951. Solo dopo quella partita la Roma ebbe la certezza di tornare in serie A
Memmo Montanari, capo dei tifosi, in azione nel suo poderoso incitamento alla squadra.
Mio padre, che si diceva fosse danaroso, quando morì era povero. Qualcuno nel nostro quartiere Celio racconta ancora che comprava i giocatori alla Roma...
Mio padre al centro dei vip della Roma
Ricordo questa foto da sempre. Quella che avevamo in casa aveva un ritocco fatto a mano da non so chi (forse mio padre stesso). Il "pittore" aveva dipinto a tutti pantaloncini da calcio e gambe nude! In quel periodo glorioso nasce il giornale "Il Giallorosso" che contribuì attivamente alla ricostruzione della Roma. Fu fondato da mio padre, Angelo Meschini (capi storici di allora del tifo romanista) e dai fratelli Mario e Peppino Catena (soci della Roma) con la collaborazione dell'avvocato Alberto Saccà, con cui mio padre, nei miei ricordi da piccolo, aveva rapporti conflittuali.
Il Giallorosso
Testata del giornale dei tifosi della Roma fondato da mio padre nel 1952. Ero piccolino e ricordo quel giorno che mi fece vedere le bozze...ricordo la finestra della mia camera sulla Piazza, al civico 4, ed il Colosseo davanti.
Pop & Jazz History
Sonorizzazione
1970 Pop Maniacs
Qui ci sono anche le musiche di Spyderman e i Fantastici Quattro che feci nel 1977 per Supergulp!
Il Pianeta Totò
Fotogramma della sigla di Mario Sasso per la prima trasmissione di Rai 2 sul grande attore. Gli occhi di Totò si muovevano a tempo con una mia tarantella che si trasformava via via in rock sulle note di Malafemmena.
Laurel & Hardy
Un fotogramma della sigla di "Due teste senza cervello". Ci lavorò a lungo il videoartista Mario Sasso, alla SBP di Roma, con Virginia Arati che dipingeva elettronicamente 'frame by frame', con un computer costosissimo della Quantel che si chiamava appunto Paintbox. Credo che questa sigla sia stata la prima in Tv ad essere realizzata con questa straordinaria tecnica.
Il mio recording studio
La regia
studio
La sala di ripresa
studio
la regia
studio
La regia
Il ritorno di Ribot 1991
Uno sceneggiato interpretato dal grande cantante e attore franco-armeno Charles Aznavour e Delia Boccardo, diretto da Pino Passalacqua per Rai1 e Antenne2 con la colonna sonora composta da me.
Processo di famiglia di Nanni Fabbri, 1992 per Rai1
Alessandra Martinez, protagonista del film in due puntate con la mia colonna sonora.
Le Gorille
Serie TV franco anglo italiana che riprende dei film del 1957-58 con Lino Ventura. Il personaggio è Geo Paquet, agente segreto francese, Di questa serie ho musicato 2 episodi, per la regia di Maurizio Lucidi e Duccio Tessari
Top model
Film con D'Amato
Top model
Stesso film uscito in Grecia
Top girl
Film sequel di D'Amato. Beh, dopo tutte ste top, non poteva mancare la girl!
High finance woman
Altro film di D'Amato con le mie musiche
